Guida alla lettura Cormonese

di Francesco Mendozzi, Scrittore

Quando Ippolito Nievo afferma che il Friuli «è un piccolo compendio dell’universo, alpestre piano e lagunoso in sessanta miglia da tramontana a mezzodì», mi viene in mente il mio Molise, per niente lagunoso, ma sinceramente meno produttivo e attraente di quel Nordest tanto ricco e vario. Il Friuli mi ricorda il Molise non solo per la completezza della sua geografia ma anche perché rappresenta appieno un contenitore etnico-linguistico – pure in Molise sopravvivono molte comunità arbëreshë – raccontando un’ibridazione culturale che è sia arricchimento che rivendicazione, sia cosmopolitismo che identità territoriale.

Grazie all’incessante attività di promozione di Tocs di Cormons ho conosciuto meglio Massimo Coloso e la sua Cormons – che pensavo fosse celebre solo per il vino – in provincia di Gorizia, e con essa ho provato a cimentarmi in un’impresa pari a quella che ho portato avanti negli ultimi quattro anni nei confronti del mio paese altomolisano, Capracotta. L’impresa era quella di scovare ogni possibile citazione letteraria che la riguardasse, dal primo all’ultimo libro stampato nel mondo. Ma per rendere completo, autorevole ed originale un lavoro del genere, si rende necessaria una conoscenza approfondita dei luoghi oggetto della ricerca, e quindi mi scuso anticipatamente coi Cormonesi per la superficialità e parzialità dei miei risultati, visto che Cormons non l’ho neppure mai visitata (purtroppo!). Voglio soltanto renderli partecipi di questa breve bibliografia commentata sul loro comune, invitandoli a portare avanti la ricerca, affinché i nostri paesi, tutti i paesi italiani, non muoiano d’inedia culturale.

Dopo una spedita ricerca bibliotecaria e bibliografica su Cormons ho selezionato poco più di venti romanzi e racconti del XIX e XX secolo che menzionano il paese friulano, spesso importanti per la storia letteraria italiana e firmati quasi tutti da grandi scrittori nostrani. Ecco l’elenco in rigoroso ordine cronologico di pubblicazione:

 

  • Caterina Percoto, Il pane dei morti, in Racconti, Le Monnier, Firenze, 1858, p. 169:

«E ora dov’è?» chiese la Contessa con visibile sgomento. «Di preciso non lo so…» e Rosa tremava, e colle mani convulse strignendo quelle di lei, continuò come in atto di preghiera: «Per amore del cielo! che nessuno al mondo lo sappia…! ma vedendo quelle facce sinistre… quando sono andati disopra a confabulare, io era lì…» e accennava la scala. «E hai potuto scoprire…?». «O Dio, o Dio! parlavano di sete… di forzare un magazzino… di trovarsi questa sera alle nove sotto le colline di Cormons, insieme con altri che nominavano, e là complottare…». «Dicesti sotto le colline di Cormons?…». «Sì: udii che specificavano il sito accennando un comunale chiuso a sinistra da una sterpaglia, a un tiro di schioppo dal quadrivio…».

 

  • Matteo Gianelli, Regina. Storia di una fanciulla, Coana, Rovigno, 1866, p. 181:

«Cospetto! lascierei anch’io volentieri questo mesteriaccio, che non mi è mai andato a cervello, per mutarlo nel vostro; ma bisogna accontentarsi a passarsela come si può, finché si tira avanti, che già poco la dura quaggiuso». «E l’è pur vera, compare. Anch’io mi sento andare al basso da qualche tempo, né ho più il brio d’una volta». «Sono gli anni che cominciano a pesare. Ma, dite, dite, occorre subito il legno?». «Eh già, più presto che si può. Ci venite voi?». «Sì, perché Martino è andato a Cormons». «Verrete alla casa, sapete». «Bene. Do due manate di fieno alle bestie, e poi mi metto a taccare». «Sì, sì, fate subito, e procurate che sieno due bestie tranquille» disse il vecchio Andrea, e salutandolo, si avviò diritto alla casa di don Paolo, per ordine del quale, come il lettore lo avrà immaginato, egli erasi recato ad accordare la carrozza.

 

  • Paolo Tedeschi, Per un’effe. Viaggio in istrada ferrata da Venezia a Trieste, Lampugnani, Milano, 1871, pp. 84-85:

Ma eccoci alla prima stazione austriaca: a Cormons. Qui Spiro, ammirando la bellezza di quei colli, tentò di ripetermi la scena di Conegliano: ma io duro. A cavarmi d’impaccio venne l’impiegato austriaco a chiederci il passaporto. Oh! come stringe il cuore a rivedere in terra italiana quelle facce da caporali in pensione. Ma come sono bellini! Sempre gli stessi figuri, calati dai monti della Carniola, con certi occhietti piccini, con le labbra grosse, con un naso inquisitoriale e insolente con la punta all’insù. Hanno sempre il classico berrettino, la penna all’orecchio, e le fodere alle maniche per non macchiare il soprabito. Sono per lo più vecchi cagnotti di polizia, che hanno fatto le loro prove nel Lombardo-Veneto, che non sanno nulla dei cambiamenti e della politica liberale dell’Austria: buoni diavoli però in fondo, martiri del loro dovere, inchiodati all’offizio senza bisogno di comminatorie come da noi. Prima servire l’Imperatore, poi amar Dio e il prossimo: ecco il compendio di tutti i loro doveri.

 

  • Lodovico Beha, Memorie d’un garibaldino. Campagna 1866-Tirolo, Paolini, Roma, 1884, pp. 91-92:

A scarpe poi si stava maluccio e taluni preferirono di levarsele addirittura. Dato l’ordine di partenza, dopo alcune ore di marcia, si rivede Petrinia. Da Petrinia a Sissech, ritornando propriamente sur nos pas. A Sissech si riprende la ferrovia, sulla linea di Trieste alla Nabresina, fino a Cormons al confine italiano nel Friuli. Lo schiamazzo accresceva ad ogni tappa, poiché si aggiungevano sempre altri prigionieri provenienti da altre località, di guisa che, a Cormons, fra garibaldini e soldati regolari, ammontavamo a circa 1.500. Prima di Cormons, ove la ferrovia era interrotta, discendiamo per proseguire il viaggio a piedi ed essere consegnati al governo italiano, che già avea occupato tutto il Veneto.

 

  • Massimo Bontempelli, Dallo Stelvio al mare, Bemporad, Firenze, 1915, p. 189:

Ho nominato il Sabotino ed il Carso. È utile che cerchiamo una visione panoramica, e riassumiamo qualche lineamento storico, della regione che essi comprendono, e che costituisce la parte inferiore del medio Isonzo. Chi salga su una delle piccole colline, regolari, dolci, foltissime d’alberi, che da nord di Cormons stendono una cortina di verde verso l’Iudrio, può scorgere panoramicamente tutto il terreno della nostra conquista sul medio Isonzo. Alla nostra estrema destra le alture di Medea, onde comincia il Carso; e del Carso si vede il Monte San Michele, s’intravede il Vallone, che domina Doberdò.

 

  • Haydée, Vita triestina avanti e durante la guerra, Treves, Milano, 1916, pp. 23-25:

Ma l’allarme era dato. L’indomani, al Consolato assediato da una vera folla, ci dissero: «Un treno partirà ancora domani a mezzodì, via Cormons». […] E si partì di nuovo. Di nuovo, dai finestrini, guardammo, con occhi annebbiati di pianto, Trieste scomparire lontano, così bella a specchio del mare, stesa sotto i pulviscoli luminosi del meriggio di maggio, come avvolta in veli bianchi, in veli brillantati d’oro; di nuovo ci apparve, alto sul mare, il profilo tetro del castello di Duino, oggi colpito dall’artiglieria d’Italia; poi furono i verdi molli pendii del Coglio, le rose di Gorizia; e nel treno, come ci avvicinavamo al confine, si faceva il silenzio; tutti, intorno, chiedevano a sé stessi: «Passeremo, stavolta? Ci sarà il treno italiano ad attenderci, a Cormons?».

 

  • Antonio Baldini, Nostro Purgatorio. Fatti personali del tempo della guerra italiana: 1915-1917, Treves, Milano, 1918, pp. 21-23:

Mio povero Agostino dove sei? Ti ricordi quando scappavamo dall’accampamento per andare a Cormons a fare spesa di formaggio, sardine, francobolli? Ti ricordi a Spezza che ira di Dio si faceva le prime sere intorno alla carretta sempre affollata del vivandiere, per empir di vino il bidone, e quei sei litri che ci andavamo a bere sott’una frasca? […] Dalla stazione nel bosco sotto i nostri occhi il draken saliva per prova, con goffi tentennoni di cetaceo che impari a volare. Nel piano, al gran sole ch’andava a nascondersi dietro a Cormons, l’altro polverone che i traini levavano per tutte le strade intorno alla città sfumava nell’oro vanaglorioso le ville e i boschetti suburbani, trapelava su dalle contrade e dalle piazze, e la gaia chiesa sotto il monte Quarin col suo minareto bianch’e nero, dava lo svizio di grazia a chi volesse una fantasia orientale.

 

  • Ardengo Soffici, La ritirata del Friuli, Vallecchi, Firenze, 1919, p. 12:

In fondo m’annoio, e vorrei presto ripigliare una vita più attiva. I migliori momenti li passo alla mensa, dove almeno incontro qualche vecchio amico, e ci si diverte e si chiacchiera; e a volte si può anche dire o apprendere qualcosa d’importante. Quasi ogni sera ci trovo il maestro Toscanini, il quale è qui per preparare una sua grande orchestra di suonatori militari per alcuni ottimi concerti musicali da darsi ai soldati in teatri all’aria aperta, ed insieme trascorriamo qualche ora piacevole nella notte, a zonzo per Cormons, conversando d’arte, della guerra, di politica e d’ogni cosa un po’.

 

  • Giuseppe Reina, Noi che tignemmo il mondo di sanguigno. Combattendo sull’Isonzo e sul Carso con la Brigata Perugia, Ausonia, Roma, 1919, p. 131:

Dopo balzai in sella sulla mia piccola cavallina fremente. Avevo quel giorno il cappotto da Cavalleria e le giberne sul cappotto e il moschetto. Sembravo un cosacco. La marcia della brigata s’iniziò. Passammo Cormons. Proseguimmo ancora. Galoppavo vicino al mio Comandante di Battaglione. Sur un prato, però, era teso fra due alberi un filo di ferro. Egli, che precedeva, non lo vide e nel suo furioso galoppo andò proprio a battere col collo contro il filo. All’urto si piegò indietro e cadde riverso. Io mi strinsi al collo di Rondinella e passai oltre, illeso. Immediatamente balzai da sella e corsi vicino a lui. Fortunatamente non aveva nulla di grave. Ecchimosi ed escoriazioni al collo. Le due stellette della giubba erano rotte. Un po’ di tintura di jodio e tutto fu finito. All’altezza delle fornaci di Cormons ci fermammo in attesa di ordini.

 

  • Luigi Capello, Per la verità, Treves, Milano, 1920, p. 33:

Vi ricordo ancora il 23 di ottobre a Cormons, quando siete ritornato improvvisamente, accolto da tutti come fosse venuto il buon Dio. Vi ricordo ancora il 25, a Cividale, nel colloquio con Cadorna: la vostra persona curva e fisicamente accasciata, ma lo sguardo limpido, sereno e la fronte energica e dominata dall’antica possente volontà. I due giganti della guerra s’incontrarono in quella tragica giornata che segnava una crisi decisiva per l’Italia del disfattismo e della neutralità; dovevano incontrarsi, per assumere la estrema responsabilità della ritirata, e lasciare poi il comando ad altri.

 

  • Filippo Tommaso Marinetti, L’alcòva d’acciaio. Romanzo vissuto, Vitagliano, Milano, 1921, pp. 13-14:

Le dame sembrano tutte bellissime, delicatissime, troppo fragili. Strane statuette di cristallo, fra i voluminosi rullanti e beccheggianti maschi di guerra in foia. Il colonnello Squilloni è festeggiatissimo. «Lei… ho già avuto il piacere di conoscerla. Mi ricordo, nel bordello di Cervignano, offensiva di Maggio». «Signor colonnello, si ricorda di Madama Rosa a Cormons? Mi disse: Salutami tanto il caro Squilloni!..». Interviene un capitano inglese ubriaco: «Moi aussi, monsieur le colonnel, je vous ai connu au bordel de Verona». Squilloni rideva godeva da studente o marinaio l’allegria del bordello, scalo di tutti i cuori naviganti in guerra. Comprensione e cordialità assoluta di popoli e sessi alleati.

 

  • Ugo Ojetti, Confidenze di pazzi e savii sui tempi che corrono, Treves, Milano, 1921, pp. 83-84:

D’italiani, ad aver conosciuto a Cormons nei primi tre anni di guerra il dottor Cimarosa, dobbiamo essere qualche migliaio. Era un uomo sui quaranta, grosso raso e rubicondo, con le palpebre pesanti, gli occhi vivi e ridenti, pochi capelli neri e lustri che tagliati pari sulla fronte e sulla nuca parevano due frangine di seta nera. Tipo italiano, si chiamava da sé; e si sa che in queste due parole ce n’è per tutti i gusti, da Francesco Nitti a Gabriele d’Annunzio. Ma soprattutto, d’italiano e di persuasivo, vantava quel nome glorioso, lieto ed arioso, che nella fretta dei primi giorni lo aveva liberato da ogni sospetto sebbene egli fosse rimasto a Cormons solo per amministrare i tenimenti dei conti Strassoldo-Mels, imperiali fedelissimi.

 

  • Giulio Caprin, Il sogno del sottotenente, in Storie e moralità, Mondadori, Milano, 1926, pp. 17-22:

Ora sapeva da che parte del fronte era il suo reggimento: sull’Isonzo poiché il suo foglio di viaggio lo avviava a Cormons: subito in un paese d’oltre confine: bene. E anche il numero del reggimento, così alto, pareva promettergli un destino eccezionale. E il sottotenente del 222° sognò l’inevitabile sogno di tutti i subalterni che vanno alla guerra: il momento in cui la decisione dell’enorme battaglia veniva a concentrarsi nel suo reparto e che proprio alla sua compagnia, al suo plotone, a lui che lo conduceva toccava risolvere l’ultimo nodo del destino. […] Arrivò a Cormons che si credeva ancora al di qua del confine. Il treno ci si fermava come si sarebbe fermato a qualunque altra stazione per riprendere la corsa in avanti: i binari luccicavano a perdita d’occhio sull’argine, e oltre la ferrovia tutto pareva in ordine, calmo, fino all’orizzonte chiuso da una linea di colline chiare nel sereno vibrante: poiché ora il cielo era tutto sereno e l’aria vibrava di luce, come deve, di giugno in Italia.

 

  • Marino Moretti, Il trono dei poveri, Treves, Milano, 1928, pp. 96-97:

Una lunga colonna di fantaccini sotto le lampade elettriche d’una strada affannata e vociante, le fanfare in testa, la gente che corre verso gli squilli, lo scroscio degli applausi cui risponde altra grandine d’applausi più su, lo sventolio d’una bandiera portata dal fantaccino qualsiasi serrato fra i compagni, e intorno un’aria festosa di città che prepara a goder la vita notturna con la scusa degl’inni e degli evviva, un senso di benessere confuso con l’entusiasmo per quelli che vanno a morire. […] Marino Fogliani torna subito indietro. Strappa un giornale di mano a una sciancatella accorrente. Legge (e non legge quello): “Le nostre truppe sono avanzate ovunque in territorio nemico, incontrando debole resistenza. Vennero occupati Caporetto, le alture fra Judrio e l’Isonzo, Cormons, Versa, Cervignano e Terzo. Il nemico si ritira distruggendo ponti e incendiando casolari. I nostri cacciatorpediniere hanno aperto il fuoco contro il distaccamento nemico a Porto Buso e hanno sbarcato truppe prendendo prigionieri settanta austriaci che furono trasferiti a Venezia. Perdite nostre: un morto e pochi feriti”. Un morto.

 

  • Giovanni Comisso, L’italiano errante per l’Italia, Parenti, Firenze, 1937, pp. 159-160:

Passarono i carabinieri per le strade di Cormons armati dei loro piccoli fucili, e la forza dei loro corpi fu annientata tra quegli arbusti e le mitragliatrici intanate. La giovinezza fu offerta alla morte, senza tregua per quindici mesi. Il sangue ritornò alla terra. Il sangue ritornò alla terra. I giovani ufficiali appena usciti dal corso, scendevano alla stazione di Cormons con la divisa nuova, l’astuccio per la carta topografica, la borraccia di alluminio, le coccarde appuntate sul petto: poche ore dopo erano confusi con questa terra. I volontari giovanissimi che vidi, con una grande bandiera tricolore, rotolarono giù nelle piccole valli. E i reggimenti di fanteria che passarono intatti accanto alla fonte di Subida nel maggio pieno di frondi e di ciliege non ritornarono più gli stessi.

 

  • Ugo Zannoni, La meridiana, Cappelli, Bologna, 1951, pp. 81-82:

Le gioie del Carso, quando si scendeva a Cormons o, cosa molto più difficile, a Udine, acquistavano proporzioni impressionanti. Si scendava in Friuli con l’anima gonfia di nostalgia. Nostalgia della vita, nostalgia dell’amore, nostalgia di canzoni. Delle tue canzoni, vecchio e ridente Friuli, che ti distendevi come in una grande oasi di poesia e di pace per i ritornanti dal grande sacrificio. Ché, non soltanto Udine o Cormons o Gradisca o Cividale, ma ogni tuo paese, ogni tuo casolare si rivestiva di ereno quando al combattente della Carnia, dell’Isonzo, del Carso si offriva per il riposo e di sorrisi popolava i cuori arrugginiti dalla pena fangosa della trincea. […] Una intelligentissima ferita alla mano destra, che mi obbligò per un mese ai così detti servizi sedentari, mi rese particolarmente idoneo alla spesa viveri, e quindi a Cormons io ero di casa. Ma ben presto diventai segno di immensa invidia.

 

  • Rino Alessi, La speranza oltre il fiume, Cappelli, Bologna, 1959, p. 242:

Più tardi Mario l’aveva ritrovato in un ospedaletto da campo nei dintorni di Cormons. Miracolosamente la fibra del giovane aveva resistito alle ferite e alla perdita di sangue; ma il braccio, maciullato dalla scheggia, gli era stato amputato. Si chiamava Gualdi: era di Rimini, iscritto al secondo anno di giurisprudenza. Era un bel ragazzo, di volto aperto e rivelava schiettezza e cordialità. «Vede? Sono senza un braccio». «Ha salvato la pelle». «Ho saputo che lei è giornalista». «Sì». «Ma non le chiedo scusa per quello che dissi in un momento di follia. Vuoi che ci diamo del “tu”?». «Come desideri. Tu sei di grado più elevato». «Lascia stare i gradi. Dovresti dire ai tuoi colleghi di smetterla con le loro fiabe sull’eroismo dei combattenti! E bada! Non sono disfattista».

 

 

  • Gian Gaspare Napolitano, Un colpo di luna, Bompiani, Milano, 1967, pp. 224-225:

«Qui si fa tutto alla luce del giorno. Chi è e dove è diretta e presto, che non ho tempo da perdere». «Devo andare a Cormons», riprese la donna, abbassando gli occhi, e tirava fuori dalla borsetta un foglio. Al colore di quel foglio gli occhi del maggiore dietro le lenti si fecero subito liquidi, e uno strano lampo li attraversò. «Ah… dovete andare e Cormons?», fece il maggiore, passando con una risatina dal lei al voi. «A Cormons, eh?». S’impadronì del foglio e lo passò al sergente per la registrazione. «Non c’è fretta, per voi, andrete a Cormons domani. Stasera potete restare a Cividale, v’invito a cena», concluse inchinandosi con esagerata galanteria. […] «Vorrei andare a Cormons subito», ripeté la donna, guardando fisso il vuoto davanti a sé: «Vi ho detto di no. Sergente» riprese il maggiore «fatele un buono d’alloggio, presso la vedova Torrin. Lì sarete tranquilla, ci abito io». «Va bene. Il lasciapassare del ragazzo è pronto».

 

  • Mario Soldati, L’attore, Mondadori, Milano, 1970, pp. 111-112:

«Enzo non sa niente. Per restituire ogni tanto qualche centinaio di migliaia di lire, dicevo a Enzo, semplicemente, di essermeli fatti imprestare da un croupier, come era già accaduto altre volte. Ma confessavo, naturalmente, una cifra minore, anche molto minore, di quella che dovevo. Speravo sempre di rifarmi, lo spero ancora. Enzo mi dava quello che gli chiedevo, me lo dava, me lo dà, come me lo ha sempre dato. A poco a poco ha venduto quasi tutti i titoli che restavano. Ecco perché, adesso, si è deciso a ipotecare la casa, con i mobili, i quadri, tutto. Ma non so se la metà di quello che possiamo ricavare dall’ipoteca basterebbe a liberarmi da quella persona. […] Sono violenta, io. Ce l’ho nel sangue. Nella famiglia di mia madre erano tutti colossi. Mio nonno paterno era viennese. Ufficiale della Guardia di Cecco Beppe, un gran signore. Ma il nonno di mia madre, invece, era un taglialegna, un brigante, mezzo matto e mezzo delinquente. Al suo paese, vicino Cormons, comandava lui […]».

 

  • Francesco Burdin, Antropomorfo, Marsilio, Padova, 1979, p. 24:

Un recipiente per terra raccoglie i residui organici, così anche la pulizia è assicurata. Guardi, questo è l’abbozzo, io non sono un disegnatore provetto. La faccia costruire qui, i falegnami di Cormons sono i più apprezzati dell’impero, voglio dire del regno. Quando si ha la mia età è difficile adattarsi ai cambiamenti, tanto più quando i cambiamenti sono così grossi. Un deputato scomparso a Roma. Il giornale parla di rapimento. A Vienna nessun deputato è stato mai rapito. Mah! Forse il mondo sta troppo ringiovanendo o io sto troppo invecchiando. Addio, Agnul. La lascio, caro amico, grazie anche del bicchierino, ariviòdisi cristiani, la corriera per Monfalcone parte fra dieci minuti, ho appena il tempo di…

 

  • Mino Milani, La fine della battaglia, Camunia, Milano, 1993, p. 150:

Dopo un po’ Dario disse: «Già che c’eri, potevi chiedere qualche giorno di più, no?». «Non me li darebbero e, in ogni caso, a Gallipoli, non ci arriverei egualmente. Tre mi bastano». Merenda trasse dalla sua cassetta buste e fogli: «Mia sorella arriva col suo treno fino a Cormons, vado a trovarla là». «Arriva a Cormons» fece Dario sorpreso, «col suo treno?». «Non te l’ho detto, non lo sai? È crocerossina. È su un treno-ospedale. Storia lunga. Va bene, ora scrivo un paio di lettere, e…». Uno sparo improvviso: e subito qualche grido d’allarme; Merenda cominciò tranquillamente a scrivere, Dario chiuse gli occhi; un minuto sì e no, ed entrò il sergente Fonelli: «Signor tenente Crespi all’avamposto, e lei, signor tenente, alla mitragliatrice di sinistra».

 

  • Margherita Hack, L’amica delle stelle. Storia di una vita, Rizzoli, Milano, 1998, pp. 173-174:

Un’altra lunga amicizia cominciò con Steno, un giovane ricercatore del dipartimento di astronomia che aveva appena vinto il concorso, e con Patrizia, sua moglie, una bella ragazza che insegna danza classica nella cittadina friulana dove risiedono, Cormòns, a circa quarantacinque chilometri da Trieste. L’amicizia divenne più stretta quando lui ebbe un terribile incidente. Una sera d’inverno, era il febbraio del 1986, correndo per prendere in corsa il treno per Cormòns, scivolò sul predellino ghiacciato e finì con tutti e due i piedi sotto il treno. Da allora è costretto a camminare a fatica con le stampelle, e la macchina è diventata il suo mezzo di locomozione. Ha accettato con ammirevole coraggio questa menomazione che ha cambiato la loro vita, prima molto movimentata e sportiva. Infatti, Steno è stato campione triveneto di sci. Steno e Patrizia sono molto amanti dei gatti, e la loro casa ne ospita in media da dieci a venti, di ogni colore e dimensione, maschi e femmine. Per parecchi anni io e Aldo abbiamo collaborato alle numerose attività di Patrizia, che si possono definire promozionali per Cormòns.

 

  • Elio Bartolini, Corinna, Aragno, Milano, 2005, p. 103:

Ecco allora i plenipotenziari alla ricerca di un posto di neutralità e, insieme, della massima riservatezza, che finisce con l’essere questa osteria a un incrocio che, a sottolinearne il capriccio, si chiama “Ai quattro venti”, e di cui i generali con tanto di feluca in testa non sono affatto contenti: da vergognarsi a intitolargli un trattato. Tanto che se Cormons è la cittadina più prossima, quello appena firmato si chiamerà “Armistizio di Cormons”. Ma comunque si chiami, gli Strassoldo sono contenti: tutti i loro possedimenti sono rimasti dentro i confini dell’Impero. Dopo mangiato, tenendomi sulla coscia una mano calda come in un marchio di possesso, Giuliano mi domandò se ero stanca, se volevo riposare un po’, che sopra l’oste gli aveva detto – ma quando? – che c’era una cameretta.

 

  • Maria Brunelli, La pianista di Sambor, Carte Scoperte, Milano, 2008, pp. 24-27:

A Cormons, dove fino a qualche mese prima aveva creduto di essere felice, aveva vissuto un amore di dodici anni, da principio clandestino perché l’amato bene era sposato, poi, dopo la morte della legittima sposa, la relazione era diventata ufficiale. […] Tornò subito a casa e chiamò il fabbro per cambiare la serratura, con quel traditore non voleva più avere niente a che fare! Ma quante lacrime, quanti pianti, quante preoccupazioni per il futuro: «E adesso che cosa farò? Dove andrò a lavorare?». Nei giorni e nei mesi di disperazione che seguirono Vittorina non si sarebbe mai immaginata che la sua vita sarebbe cambiata al punto da farle dimenticare per sempre il fedifrago, Cormons e il Friuli. E il cambiamento, come un coup de théâtre, avvenne proprio a teatro, a Trieste.

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